IL BERRETTO A SONAGLI
Prosa2025.26giovedì 19 febbraio 2026
21:00
venerdì 20 febbraio 2026
21:00
sabato 21 febbraio 2026
19:00
domenica 22 febbraio 2026
17:00
- posto unico da €8 a €27- vendita biglietti da sabato 4 ottobre 2025
di Luigi Pirandello
con Silvio Orlando
e un cast in via di definizione
regia Andrea Baracco
aiuto regia Andrea Lucchetta
scena Roberto Crea
costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
produzione cardellino srl
in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Stabile di Bolzano
Cinque anni dopo aver scritto la novella La Verità, Pirandello la trasforma nei due atti de Il berretto a sonagli, la cui versione siciliana confezionata per Angelo Musco debutta nel 1917 al Teatro Nazionale di Roma. La novella, come spesso accade in Pirandello, conteneva già potenziali spunti scenici e quella spinta al dialogo che la rendevano pronta per la rappresentazione.
La novella narra la storia di Tararà, un povero garzone analfabeta accusato di aver ucciso a colpi di accetta la moglie per adulterio. Tararà è un uomo semplice, ignorante e durante il processo suscita l’ilarità della corte per la sua incredibile ingenuità; Tararà confessa di aver ucciso la moglie ma non per il tradimento in sé, che addirittura giustifica, ma a causa dello scandalo voluto dalla moglie del cavaliere (l’uomo con cui la moglie lo ha tradito) che ha reso pubblico ciò che invece sarebbe dovuto rimanere sepolto tra le mura domestiche. Tararà è una sorta di fool, di idiota bertoldesco, un eroe balordo che con la sua lingua spiccia e diretta mette in crisi i registri sublimi dell’autorità. Portando in scena la novella, Pirandello, eleva il quadro sociale, si sbarazza dell’aula di tribunale, e mette al centro del palcoscenico un salotto riccamente decorato all’uso provinciale. Il folklore della novella si inasprisce nella rigidità e nei sospetti piccolo borghesi. Il tempo dell’azione è ricondotto all’oggi (recita la didascalia iniziale), l’oggi di chi legge, non di chi scrive, reso quindi contemporaneo al tempo dello spettatore.
Anche il protagonista vede innalzato il proprio statuto, Tararà ha studiato ed è diventato Ciampa. Il suo nuovo lavoro è ben più qualificato e si articola in due attività: di giorno scritturale al banco del padrone e di notte giornalista in un foglio locale. Ma dal passaggio del racconto al teatro qualcosa di assai più importante si è staccato, il sangue che circolava copiosamente non sale sul palcoscenico. Pirandello infatti, fa de Il berretto a sonagli una sorta di prequel della novella La Verità; l’omicidio non è stato commesso e non lo sarà, Ciampa lo minaccia, lo lascia intravedere come una delle opzioni possibili, ma non è quello l’accadimento che sembra interessare oggi all’autore siciliano. L’adulterio rimane non provato, quasi sfocato nel delirio paranoico di Beatrice Fiorica, la moglie tradita, e rimane indeterminato secondo i dettami consueti del relativismo pirandelliano. La verità che dava il titolo alla novella, è divenuta inverificabile, sfuggente, multiforme e quindi indefinibile. Lo stesso Ciampa, che entra in scena soltanto a metà del I atto, quando già la storia ha messo in chiaro i propri temi, all’inizio vorrebbe soltanto quiete, ma una volta provocato, entra in collisione con Beatrice e individua in lei il soggetto da eliminare. Lo scontro tra questi due personaggi, è l’asse portante dell’opera, e quindi il salotto, all’interno del quale si svolge l’intera storia assume quasi l’aspetto di un ring, un luogo pinteriano in cui vittima e carnefice, vittime e carnefici, si affrontano nel tentativo estremo e forse paradossale di vederci il più chiaro possibile. Ci sono campanelli che suonano in continuazione, ma se nella novella servivano a riportare l’ordine nel tribunale, nella casa/ring di Beatrice serve per spezzarlo quell’ordine con suoni rabbrividenti, non appena la situazione rischia di raggiungere un equilibrio per chi sta in scena. In definitiva siamo di fronte ad un testo molto nervoso, febbricitante, in cui delle scene di lotta vengono costantemente interrotte dal suono di un gong. Ciampa, lungo tutta la commedia, cerca disperatamente di non uscire fuori dal mondo, di non perdere la ragione, di non precipitare nel caos, come un funambolo rimane oscillante, aggrappato al filo del senso, nell’estremo e straziante tentativo di non precipitare nell’abisso, nel luogo da dove non si torna e supplica quindi gli altri di non suonare la corda della demenza. Ma la pazzia ha una grande capacità attrattiva, è salvezza, non solo disgrazia, libertà di sfogo, autorizzazione tragica a gridare la propria verità, insomma condizione paradossale di salute, come spesso intuisce Ciampa, stanco di essere compresso in un universo ostile. Per affermare la propria verità, occorre insomma rivestirsi, con tutti i rischi che ne conseguono, del ruolo sacro e abietto del fool; ma poiché il salto in quella zona dell’esistenza è assai pericoloso, il berretto a sonagli viene solo citato, ma mai indossato.
Pirandello in una delle lettere indirizzate a Musco che metteva in dubbio le qualità della commedia e del suo protagonista, parla di Ciampa come di un personaggio ”strapieno di tragica umanità, non vivo ma arcivivo” e del testo in questione come di un’opera “nata e non fatta”; sottolineando con forza di come qualora negli interpreti mancasse l’anima si ritroverebbero in bocca “l’imbroglio di discorsi lunghi, incisi, da portare alla fine senza sapere come! Bisogna leggere non le parole ma l’azione parlata, perché è sempre tale il mio dialogo, non fatto mai di parole, ma di mosse d’anima”. Ecco, è lo stesso Pirandello che si smarca con fermezza dal pirandellismo, da quel difficilmente sopportabile ragionatore impenitente, che sembra sempre avere il pensiero troppo saldo e talmente ragionato da non poter mai porsi nel luogo della contraddizione, dell’imprevisto, dell’umano insomma. L’umiltà dell’uomo Ciampa giganteggia, il ridicolo lo infanga; è come se una lama inesorabile gli spaccasse sempre più profondamente il petto, per mostrare il suo cuore e allora si difende con parole vive e umanamente strazianti. Comincia il suo percorso con una semplicità che gli consente di avere aspetti comici, di una comicità ironica con cui si prende ferocemente gioco dell’ottusità degli altri, per poi precipitare, nella sua umiliazione da vinto, in una sorta di esaltazione lirica che fa transitare continuamente lo spettatore dal riso all’angoscia. Andrea Baracco